2073 – Ultima chiamata non racconta una storia tradizionale, ma costruisce uno scenario. Siamo nel 2073, in un mondo devastato da autoritarismo, crisi climatica e controllo tecnologico. Una sopravvissuta osserva ciò che resta dell’umanità mentre il film intreccia immagini di finzione con materiali d’archivio reali del nostro presente, suggerendo che il futuro mostrato non sia un’ipotesi, ma una conseguenza.
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Con 2073 – Ultima chiamata, Asif Kapadia prosegue il suo percorso di cinema politico, spingendolo però oltre il documentario classico. Qui non c’è una biografia né un evento da ricostruire, ma una distopia costruita come monito, dove il futuro serve solo a rendere più leggibile il presente.
La forza del film sta nell’uso del montaggio. Kapadia accosta immagini reali – proteste, repressioni, crisi ambientali, sorveglianza digitale – a un racconto ambientato nel futuro, creando un corto circuito inquietante. Non c’è bisogno di spiegare troppo: il messaggio è chiaro e volutamente allarmante. 2073 non vuole rassicurare, vuole disturbare.
Dal punto di vista narrativo, il film è essenziale, quasi spoglio. I personaggi non sono sviluppati in senso tradizionale perché non è questo il punto. La protagonista è più una testimone che un’eroina, una voce che osserva un mondo già perduto. Questa scelta rende il film potente sul piano concettuale, ma anche emotivamente distante per alcuni spettatori.
Il limite principale di 2073 – Ultima chiamata è proprio la sua radicalità. Il film martella sul messaggio senza concedere sfumature o vie di fuga, e a tratti rischia di sembrare più un manifesto che un’opera cinematografica compiuta. Chi cerca una narrazione coinvolgente o una vera trama potrebbe restare freddo.
Ma come esperienza, 2073 colpisce. È un film che non chiede di essere “apprezzato”, ma ascoltato. Un’ultima chiamata, appunto, prima che certe derive diventino irreversibili.
Voto finale
★★★½☆ (7,5/10)
✅ Pro e ❌ Contro
Pro
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Idea potente e attualissima
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Montaggio disturbante ed efficace
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Cinema politico senza compromessi
Contro
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Poco coinvolgimento emotivo tradizionale
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Narrazione minimale
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Messaggio molto diretto, quasi didascalico
Curiosità
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Asif Kapadia è noto per documentari come Amy e Senna, qui spinge il suo stile verso la fantascienza politica.
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Il film utilizza esclusivamente immagini reali del presente per costruire la distopia futura.
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Il titolo 2073 richiama il centenario di eventi storici e dichiarazioni sui diritti umani, rafforzando il senso di “ultima possibilità”.